A Palazzo Marino l’Adorazione dei Magi di Perugino


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Pietro Vannucci, detto Perugino (Città della Pieve, circa 1450 – Fontignano, 1523), Adorazione dei Magi, circa 1473, olio su tavola, 242 x 180 cm, Perugia, Galleria Nazionale dell’Umbria.

Come è ormai consuetudine anche quest’anno Palazzo Marino, sede dell’amministrazione comunale di Milano, ospita per il periodo natalizio una piccola mostra incentrata su un grande capolavoro dell’arte. Si tratta di prestiti temporanei provenienti dalle più importanti collezioni e istituzioni museali del mondo. Se gli anni scorsi, tra gli altri, era toccato a Caravaggio, Raffaello, Canova, Georges de La Tour, Rubens, Piero della Francesca e, ultimo in ordine di tempo, a Tiziano, quest’anno la scelta è caduta su Perugino. Dal 1° dicembre e fino al 13 gennaio 2019 la sua Adorazione dei Magi sarà esposta in Sala Alessi.

Pietro Vannucci dipinse questa grande pala d’altare attorno al 1475 per la chiesa perugina di Santa Maria dei Servi. Già Giorgio Vasari ce ne parla nelle “Vite” del 1568, tuttavia il suo è un giudizio tutt’altro che lusinghiero, a causa – sostiene l’aretino – del linguaggio e della tecnica ancora troppo acerbi dell’autore, specie se confrontato con i lavori della maturità che spianeranno poi la strada a Raffaello.

L’Adorazione dei Magi è un’opera giovanile che ha la memoria fresca della lezione di Andrea del Verrocchio, visibile nelle screziature dei panni e nel Bambino, e nella contemporanea evoluzione della pittura fiorentina di Botticelli e di Ghirlandaio, citati nelle figure del corteo e nel loro sfarzoso abbigliamento.

Quello che è il soggetto principale passa quasi in secondo piano rispetto alla mondanità dell’evento. A colpire più che l’Adorazione è la pomposità delle figure in attesa di rendere omaggio al Bambino. Esse paiono quasi disinteressarsi, eccezion fatta per il terzo dei Magi in ginocchio davanti alla Sacra Famiglia, preferendo concentrarsi sull’uomo al centro, quel Braccio Baglioni esponente di spicco dell’aristocrazia cittadina. Così costruita, la composizione perde quell’aura mistica e sacra, presente invece in altre Adorazioni.

La pala è stata al centro di un’accesa discussione per ciò che concerne la sua attribuzione. Nell’Ottocento, quando si ebbe la riscoperta di Perugino grazie a Jacob Burckhadt, Hippolyte Taine, John Ruskin e Bernard Berenson, la si pensò dapprima opera di Fiorenzo di Lorenzo (Cavalcaselle, 1866) e poi condivisa tra i due artisti (Graham, 1903). Si dovette aspettare il 1911 quando Adolfo Venturi, riprendendo quanto scritto dal Vasari, assegnò la paternità a Perugino, osservando le particolarità del dipinto e confrontandolo con i riferimenti a sua disposizione: Verrocchio, Pollaiolo, Piero della Francesca.

Da quel momento in avanti mai più nessun dubbio è stato avanzato. Anzi, iniziò il gioco di cercare, tra le figure del dipinto, i ritratti dei notabili dell’epoca, secondo la stessa soluzione adottata ad esempio da Benozzo Gozzoli nella cappella di Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Von Ruhmor nel 1827 già propose che l’uomo all’estrema sinistra fosse proprio il Perugino che invece di guardare avanti, volge fiero gli occhi allo spettatore. Più recentemente, Teza ha riconosciuto alcuni membri della famiglia Baglioni: il Mago più anziano Gaspare corrisponderebbe al capostipite Malatesta Baglioni, Baldassarre raffigurerebbe Braccio, guida della casata all’epoca in cui il dipinto fu realizzato, il giovane Melchiorre avrebbe infine il volto del figlio di Braccio, Grifone, destinato a succedergli al potere.

Del tutto probabile, in ogni modo, è il coinvolgimento dei signori di Perugia nella commissione del dipinto. La chiesa di Santa Maria dei Servi era infatti prossima alle residenze dei Baglioni sul Colle Landone, anch’esse abbattute per permettere l’erezione della Rocca Paolina, e ospitava nelle sue cappelle le sepolture di alcuni membri della famiglia. Nel 1471, tra l’altro, il citato Braccio aveva fatto erigere nell’edificio un sacello dedicato alla Vergine, ultimato nel 1478.

Il difficile compromesso tra l’antico e il nuovo, i rapporti con i Baglioni e l’immagine del loro potere, le influenze fiorentine, le commissioni romane, le fortune e le sfortune critiche, il ruolo dell’artista nel tessuto sociale e più in generale l’analisi della produzione di un personaggio troppo spesso bollato soltanto come “maestro” di Raffaello, furono tutti aspetti indagati nella monumentale mostra del 2004 “Perugino, il divin pittore”.

L’Adorazione in questione, trovandosi esposta alla Galleria Nazionale dell’Umbria di Perugia, era una delle opere centrali dell’intera esposizione, fondamentale per comprendere nella sua complessità tutte le tensioni di un periodo cruciale per la Storia dell’Arte italiana. Diceva Gombrich che i dipinti del Perugino «ci aprono uno spiraglio su un mondo più sereno e armonioso del nostro», impressione oggi più che mai necessaria che potrà essere confermata nella visita a Palazzo Marino.

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