Mauro Ghiglione. Teoremi immaginari


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È al Museo d’Arte Contemporanea di Villa Croce di Genova che Mauro Ghiglione propone una mostra sulle sue riflessioni sul luogo e sul ruolo che l’immagine svolge nel nostro vedere quotidiano e straordinario, in definitiva sull’apparizione e la scomparsa dell’immagine stessa, a “memoria” e “obliata a memoria” allo stesso tempo. “Teoremi Immaginari” è il titolo della mostra, curata da Antonio d’Avossa, per la quale è stato pubblicato il catalogo edito da SAGEP Editori.

La mostra è stata realizzata in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Genova e UnimediaModern Contemporary Art di Caterina Gualco, con il supporto di FINECO Bank e Clinica Montallegro, e rimarrà aperta sino al 16 febbraio 2020.

Artista di derivazione concettuale, che mai si è sottratto ai valori della forma e della materia, influenzato dalle esperienze sia della Minimal Art, sia dell’Arte Povera che ne hanno determinato esclusivamente alcune scelte estetiche, Ghiglione, come sottolinea Antonio d’Avossa in catalogo, ha tra i suoi riferimenti recenti molte opere di Fabio Mauri, di Vincenzo Agnetti, di Franco Vaccari, di Christian Boltanski o di Joseph Kosuth.

Ghiglione ha attivato sempre, nelle sue forme e stilemi espositivi, una modalità d’uso dell’immagine fotografica che ne modifica il senso della visione non soltanto dal punto di vista percettivo ma soprattutto dal punto di vista intuitivo, che poi è il punto reale da cui l’immagine è sempre visionata. Attraverso questo singolare procedimento l’artista istituisce una vera e propria relazione o conversazione tra l’ordine del visibile e l’ordine del leggibile, in ultima analisi tra l’immagine e la sua propria parola. Il rapporto con l’immagine fotografica è essenziale per quanto scarno, e gli consente da un lato di proseguire la ricerca dei meccanismi mentali che sottostanno alla nascita dell’immagine stessa e delle ragioni del suo essere e, dall’altro, di affrontare le problematiche più strettamente legate a una poetica della contemporaneità.

La sua ricerca linguistica, infine, non nasconde il voler sottrarre lo specifico fotografico all’immagine per affrontarne la messa in crisi. A tale scopo, l’artista si serve della tecnologia per produrre immagini, sovente a bassa definizione, con la chiara e voluta consapevolezza che il digitale ha soppiantato l’immagine diventando esso stesso habitat.

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