Hammershøi e i pittori del silenzio tra il Nord Europa e l’Italia


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Di Vilhelm Hammershøi (Copenaghen, 1864-1916), considerato il più grande pittore danese della propria epoca, uno dei geni dell’arte europea tra fine Ottocento e inizio Novecento, Palazzo Roverella di Rovigo ospita fino al 29 giugno prossimo le opere nella mostra “Hammershøi e i pittori del silenzio tra il Nord Europa e l’Italia”.

Vilhelm Hammershøi, Riposo, 1905, Parigi, Musée d Orsay, ©RMN-Grand Palais, Martine Beck-Coppola, Dist Foto Scala, Firenze

A promuoverla è la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, con il sostegno di Intesa Sanpaolo, è prodotta da Dario Cimorelli Editore ed è a cura di Paolo Bolpagni.

La mostra è composta da un nucleo fondamentale di opere, selezionate da Paolo Bolpagni nella rarefatta produzione dell’artista. Allievo prima di Niels Christian Kierkegaard e Holger Grønvold, poi di Frederik Vermehren alla Kongelige Danske Kunstakademi, e infine di Peder Severin Krøyer, debuttò nel 1885. Da anni è ormai in atto la sua riscoperta a livello internazionale: grandi e importanti mostre a lui dedicate sono state realizzate a Parigi al Musée Jacquemart-André, a Tokyo al National Museum of Western Art, a New York alla Scandinavia House, a Londra alla Royal Academy, a Monaco di Baviera alla Kunsthalle der Hypo-Kulturstifung, a Toronto alla Art Gallery of Ontario, a Barcellona al Centre de Cultura Contemporània, a Cracovia al Muzeum Narodowe etc. A oggi, mancava ancora una retrospettiva italiana, che ponesse nel giusto risalto la figura di Hammershøi, protagonista appartato ma fondamentale dell’arte di fine Ottocento e del primo quindicennio del XX secolo. Una lacuna che la grande esposizione rodigina ha l’ambizione di colmare.

“Hammershøi e i pittori del silenzio”, dopo un breve affondo sui precedenti storici del tema degli interni silenti, approfondisce i quattro ambiti portanti della ricerca dell’artista: gli interni, le vedute architettoniche, quasi sempre prive di presenze umane, i ritratti e la pittura di paesaggio.
A essere per la prima volta approfondito sarà anche il rapporto di Hammershøi con l’Italia, come afferma il curatore: “dalle ricadute iconografiche (per esempio con la sua raffigurazione della Basilica di Santo Stefano Rotondo al Celio, visitata nella capitale) alla presenza di lavori dell’artista in mostre dell’epoca, come la Quadriennale di Roma del 1911, per concentrarsi in special modo sugli accostamenti e confronti con la poetica e i soggetti di pittori italiani, anche con l’indagine dell’impatto che la visione diretta o la conoscenza in riproduzione di opere di Hammershøi esercitò fino all’incirca agli anni Trenta del Novecento”.

A completare il percorso è una originale comparazione di carattere tematico e stilistico tra la produzione di Hammershøi e i dipinti di artisti coevi scandinavi, francesi, belgi e olandesi, per evidenziare affinità e differenze, nell’enucleazione di alcuni Leitmotiv: gli interni silenziosi, la solitudine, le “città morte”, i “paesaggi dell’anima”.
Ad accompagnare la mostra, un ampio catalogo edito da Dario Cimorelli Editore (che gestisce anche la segreteria organizzativa della mostra), con saggi originali del curatore Paolo Bolpagni e di Claudia Cieri Via, Luca Esposito, Francesco Parisi e Annette Rosenvold Hvidt.

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