Da io a noi: la città senza confini


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Diego Perrone, Senza titolo, 2016, vetro cm 60x80x20, foto Andrea Rossetti

Da domani, 24 ottobre e fino al 17 dicembre prossimo, il Palazzo del Quirinale ospita per la prima volta una mostra d’arte contemporanea: “Da io a noi: la città senza confini”, ideata e promossa dalla Direzione Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane del MiBACT, Direttore Generale Federica Galloni e dal Segretariato Generale della Presidenza della Repubblica, e curata da Anna Mattirolo, in collaborazione con un comitato scientifico, presieduto da Federica Galloni e composto da Vincenzo de Bellis, Carolina Italiano, Luca Molinari, Chiara Parisi, Andrea Segre, Esmeralda Valente.

La mostra è allestita nella Galleria di Alessandro VII e nelle sale contigue e presenta le opere di 22 artisti italiani e internazionali (residenti o spesso attivi nel nostro Paese), che presentano la visione delle odierne metropoli, senza confini e senza centro, sottolineando le potenzialità che animano questi luoghi nella prospettiva contemporanea. Essi sono: Lara Almarcegui, Rosa Barba, Botto & Bruno, Maurizio Cattelan, Gianluca e Massimiliano De Serio, Jimmie Durham, Lara Favaretto, Flavio Favelli, Claire Fontaine, Alberto Garutti, Mona Hatoum, Alfredo Jaar, Francesco Jodice, Adrian Paci, Diego Perrone, Alessandro Piangiamore, Eugenio Tibaldi, Grazia Toderi, Vedovamazzei, Luca Vitone, Sislej Xhafa, Tobias Zielony.

Questo progetto deriva dalla riflessione sul concetto di “periferico”, utilizzando i diversi linguaggi dell’arte contemporanea, pittura, scultura, fotografia, video, installazione, per restituire una dimensione poetica di una società in trasformazione, seguendo le tracce lasciate dall’uomo sul territorio, le forme di paesaggio che l’azione umana genera, gli oggetti che perdono la mera funzione pratica per acquisire il valore di testimonianza del percorso di un’esistenza, l’identità che quel nuovo ambiente, così generato, è in grado di trasmettere. Al centro della considerazione degli artisti è, infatti, un doppio sguardo che oscilla dalla condizione individuale a quella collettiva, restituendo un immaginario visibile attinto da storie e vissuti invisibili: narrazioni che si sviluppano nel contesto di periferie avvertite come luoghi senza confini, labirintici e in continuo mutamento nelle quali le persone tratteggiano il loro difficoltoso percorso di conquista di una propria, a volte trasformata, identità.

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