Gillo sempre giovane


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Gillo Dorfles

Da Francesco Giuseppe agli smartphone, aveva celiato Gillo Dorfles in una delle ultime interviste rilasciate, in cui gli si chiedeva il conto della sua longevità. Perché è vero: chiunque si stupiva di fronte alla sua lucidità di centenario che amava ancora concedersi qualche fritto e un bicchiere di vino rosso preferibilmente Cannonau.

In effetti assistere da testimone diretto nell’ordine: alla Prima Guerra mondiale, all’avvento del Fascismo, alla Seconda Guerra mondiale, alla Liberazione, alla ricostruzione, al boom economico, al ’68, ai travagliati anni ’70, al crollo del Muro di Berlino, a quello della Prima Repubblica, all’attentato di New York del 2001 e poi a tutti gli altri episodi terroristici, non è cosa da tutti i giorni. Senza contare i fatti dell’arte che si sono succeduti nell’arco di un secolo, tra avanguardie, transavanguardie, modernismi e chi più ne ha più ne metta.

Gillo Dorfles si è spento venerdì 2 marzo all’invidiabile età di 107 anni. Ne avrebbe compiuti 108 il 12 aprile questo triestino dal nobile portamento e dalla illimitata curiosità che lo costringeva a interrogarsi su tutto e su tutti. È stato critico d’arte, pittore, curatore, filosofo esperto di Estetica, ma pure medico con specializzazione in psichiatria. Troppo semplice e riduttivo, oltre che oltraggioso per lui, definirlo un erudito. L’erudizione è un ornamento da sfoggiare, ma manca dell’aspetto critico che è necessario per una consapevole presa di coscienza individualistica e di rimando collettiva.

Ora, sarebbe superfluo ricordare tutti i libri che ha scritto Dorfles, così come le sue mostre, le sue docenze, i suoi premi. Ne verrebbe fuori un elenco sterminato che chiunque può consultare senza problemi sul web. Ci basti pensare che i suoi saggi sono tuttora dei capisaldi per chi intende avvicinarsi all’arte contemporanea e alle sue problematiche. Tra i tanti citiamo “Ultime tendenze nell’arte d’oggi”, “Le oscillazioni del gusto”, “Artificio e natura”, mentre per quel che riguarda l’attività artistica il Movimento per l’Arte Concreta, fondato nel 1948 assieme a Bruno Munari, Atanasio Soldati e Gianni Monnet, che mirava a potenziare l’arte astratta, liberandola da ogni riferimento col mondo esterno.

Nel 2016 Bompiani ha pubblicato un ponderoso volume di più di 2.600 pagine dal titolo “Estetica senza dialettica”. Curato da Luca Cesari raccoglie gli scritti di Dorfles dal 1933, il primo su Goethe disegnatore, fino al 2014, l’ultimo su Harry Potter che fa bene agli scienziati. Quattro capitoli (Immagine e immaginazione, Informazione e consumo, La perdita dell’intervallo, Elzeviri sino a oggi) con in pratica tutta la produzione teorica, compreso il noto studio sul kitsch.

Quasi contemporaneamente Skira ha risposto con “Gli artisti che ho incontrato”, antologia delle recensioni alle mostre dei protagonisti dell’arte che Dorfles ha conosciuto nell’arco della sua vita. Davvero tanti, non soltanto i maestri ma anche e soprattutto i meno noti, a dimostrazione della sua innata curiosità a proposito di qualsiasi cosa avesse a che fare con l’arte e con i prodotti dell’intelletto umano, dalla pittura alla scultura, dall’architettura al design, dalla grafica alla fotografia, fino alla filosofia, alla poesia e alla letteratura.

Gillo Dorfles aveva capito che per osservare i fenomeni artistici contemporanei era inutile tentare di storicizzarli ragionando in termini di attualità. Essi sono talmente vicini che ci manca la lente d’ingrandimento adeguata, che è poi quella della Storia, intesa sul lungo periodo. Scriveva che «la valutazione prospettica è pressoché impossibile; non solo per la difficoltà di essere costantemente informati, ma perché il più delle vole i valori sono incredibilmente deformati».

Ciò non toglie che formulare un giudizio sui fenomeni che ci circondano sia doveroso, quantomeno per fissare alcune esperienze che altrimenti andrebbero perse, “prima che sia troppo tardi”, dunque con intento quasi da cronista dell’arte. Nello specifico Dorfles aveva individuato nel suo elenco dell’arte contemporanea (quella dell’ultimo ventennio) cinque grandi filoni che la identificano: gestuale e segnico, materico, pop art, concettuale, neo-concretismo.

Partendo da tale assunto, che lui stesso definiva “tendenzioso” perciò partigiano, e mettendo in discussione la storiografia artistica, la distinzione non va fatta partendo dall’antinomia tra figurazione e astrazione, bensì tra arte autenticamente attuale e arte di derivazione del passato o inattuale. Una visione quantomai fresca e giovanile, rimasta tale anche negli ultimi anni, come ha scritto Vittorio Sgarbi in un suo ricordo, affermando che è stato giovane da vecchio.

Dorfles ci ha lasciato la convinzione che bisogna sempre mettersi in discussione. Soprattutto nell’epoca che ci è dato vivere. A chiosa e a chiusa, tra le tante parole di questi giorni, vale la pena riportare quelle di Renato Barilli che ha detto: «Se in lui c’era l’incessante indagatore sul nuovo, del tutto convinto che appunto il gusto, lo stile, le scelte vanno su e giù, cambiano nel corso del tempo, si aggiungeva anche una opinione conseguente che non bisogna mai scommettere a fondo su un’unica casella, che i giochi sono vari, multipli, e che non è mai detta l’ultima parola».

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