Eredità di Vittorio Gregotti


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Si è spento domenica 15 marzo a Milano, all’età di 92 anni, Vittorio Gregotti, architetto e urbanista, autore di importanti progetti, animatore del dibattito critico del Novecento a cui ha dato nuova linfa, distanziando la disciplina dall’allora dominante Movimento Moderno. Gregotti è stato portato via da una polmonite, vittima del virus Covid-19 che in questo periodo sta mettendo a ferro e fuoco l’Italia e il Mondo intero. 

Nato a Novara il 10 agosto del 1927, Gregotti si laureò al Politecnico di Milano nel 1952 e fin da subito comincio ad affiancare alla pratica progettuale un’intensa attività didattica e teorica. Dalla sua prima esperienza parigina dai fratelli Perret, passò nello studio BBPR dove conobbe Ernesto Nathan Rogers, il quale lo volle a fianco a sé nella redazione di Casabella insieme ad Aldo Rossi. Della rivista fu poi direttore dal 1982 fino al 1996. Collaborò anche con istituzioni come la Biennale di Venezia e la Triennale di Milano.

Vittorio Gregotti

Nel 1974 fondò la Gregotti Associati International, un pool di architetti, ingegneri e professionisti altamente specializzati, che decise poi di chiudere nel 2017 perché secondo lui il compito dell’architetto si era esaurito. Tra i progetti da ricordare la ricostruzione dello stadio “Luigi Ferraris” nel quartiere di Marassi a Genova in occasione dei Mondiali di Calcio Italia ’90, ancora oggi considerato un impianto veramente moderno nel suo genere; il Teatro degli Arcimboldi e il nuovo edificio universitario della Bicocca a Milano; la Facoltà di Medicina Federico II a Napoli; la riqualificazione di un ex fabbrica del gruppo Ilva in Teatro Fonderia Leopolda a Follonica, ultimo progetto al quale ha lavorato.

Progetti discussi come ad esempio il quartiere ZEN (Zona Espansione Nord) di Palermo, sovente osteggiato da più parti, ma soprattutto progetti dal sapore internazionale come il Complesso teatrale a Pechino del 1998 o il Comparto urbano della nuova città di Pujiang, trenta chilometri dal centro di Shangai, costruito tra il 2001 e il 2007, risolto con una soluzione che solo apparentemente copia la tipologia urbanistica italiana.

In questo caso Gregotti pensa a una griglia ortogonale e all’isolato di 300×300 m per organizzare la vita di circa centomila abitanti. Occorre specificare però che egli non desidera proporre un modello tipico delle nostre città (si pensi a Torino per esempio), ma che al contrario fosse utile proprio a partire «dalle irrisolte contraddizioni nate a causa della rapidità delle trasformazioni sociali in tensione continua tra influenze esterne, nuovo corso politico e millenaria tradizione», spiega Gregotti nel saggio del 2009 L’ultimo hutong. 

L’osservazione attenta della cultura cinese in continua evoluzione è frutto di una riflessione profonda sul ruolo dell’architetto e dell’urbanista. Non potrebbe essere altrimenti visto e considerato l’imponente apporto teorico offerto da Gregotti all’architettura. Autore molto prolifico, egli ha scritto saggi che si sono rivelati fin dalla loro pubblicazione degli autentici capisaldi come Il territorio dell’architettura (1966), Dentro l’architettura (1991), La città visibile (1993), senza dimenticare Contro la fine dell’architettura (2008), Architettura e postmetropoli (2011) in cui ragiona sulla progettazione nell’epoca della globalizzazione. 

Alla metà degli anni ’60 escono due libri a ravvivare un dibattito che a dire il vero in quel periodo era un po’ stantio, specie in Italia. Uno è L’architettura della città di Aldo Rossi e l’altro il già citato Il territorio dell’architettura di Vittorio Gregotti. Li accomuna il fatto che tutti e due sono stati scritti da architetti di professione, entrambi colleghi a Casabella sotto la guida di Ernesto Nathan Rogers, per il quale è noto quanto fosse di primaria importanza la responsabilità dell’architetto come intellettuale. 

Continuità per Rogers significava «ripercorrere le radici dell’architettura moderna, risalendo all’opera dei Maestri e dei Maestri dei Maestri, recuperando così l’eredità dell’ingegneria dell’Ottocento e tutta la vicenda dell’inizio del secolo». In quest’ultimo aspetto è da cercarsi un’ulteriore comunanza tra Gregotti e Rossi; comunanza che li allontana però dalla lezione di Rogers, cioè la «presa di distanza nei confronti della più rigida ortodossia del Movimento Moderno, e la proposizione di un’architettura (e conseguentemente di una teoria dell’architettura) molto più aperta alla complessità del reale».

Per il resto i loro impianti teorici divergono profondamente. Rossi consolida il suo modo di intendere l’architettura mantenendo vivo il filo che lo lega al Movimento Moderno. Egli è consapevole di operare al suo interno, ma cerca di rivederne i principi legandoli maggiormente al suo tempo. Secondo Rossi esistono due grandi sistemi, riferibili alla storia dello studio della città: il primo che la considera come un prodotto di sistemi funzionali della sua architettura e del suo spazio urbano (ambito degli studi politici, sociali ed economici) e il secondo che la giudica come una struttura spaziale (ambito esclusivo dei progettisti).

Sintomatico in tal senso il dibattito sviluppatosi attorno ai centri storici, fenomeno tipicamente italiano e quanto mai attuale all’epoca in cui erano stati pubblicati i due libri. Per Rossi era necessario intervenire nel tessuto urbano, quello antico compreso, poiché la città stessa era testimonianza di un passaggio storico e dunque mutevole, mentre per Gregotti il centro storico doveva essere lasciato pressoché inalterato e i soli interventi accettati erano quelli di ristrutturazione o consolidamento degli edifici già esistenti. Per Gregotti bisognava sviluppare gli interessi più significativi sulle tematiche architettoniche intese come fattori urbani e della storia, rinunciando radicalmente all’enfatizzazione della ricerca tecnologica e abbandonando le utopie mega-strutturaliste.

Sempre Gregotti, quasi trent’anni dopo, in un editoriale molto polemico su Casabella, dal titolo “Nei nostri cieli privi di idee”, prende in esame il problema dell’internazionalismo e della crisi che attanaglia l’architettura nella fase di tramonto del postmoderno. Egli nota che l’elemento a maggiore incidenza in questo processo è la diffusione capillare del progresso tecnico che porta alla ribalta la figura nuova dell’imprenditore, dunque del capitalismo in genere, le cui congiunture storiche hanno portato alla nascita dell’internazionalismo.

Così Gregotti: «Quando i protagonisti dell’avanguardia internazionalista, fuggiti dall’Europa hitleriana e dal ripudio nei loro confronti del socialismo divenuto regime, giungono in America, dove le contraddizioni tra politica e cultura appaiono in un primo tempo meno drammatiche, da un lato il moderno internazionale diventa stile, ma dall’altro alcuni, e primo tra tutti Walter Gropius, cominciano a prestare attenzione ad un’architettura più sensibile alle questioni poste dal sito e dalla comunità specifica e dalle sue tradizioni».

Dopo la fine della guerra, si enfatizza l’influenza dello strumento sull’espressione. Ciò è causato da più fattori: dall’esame delle conseguenze dell’argomentazione delle regole istituzionali che normalizzano il mercato del progetto; dall’unificazione dei livelli di prestazione; dalle logiche normative; dalle procedure per il passaggio dal progetto alla realizzazione; dall’omogeneità imposta dalla rivoluzione informatica.

Tutti questi aspetti insieme confortano la tesi che il mezzo è il messaggio (secondo le teorie di McLuhan nello studio della comunicazione nella società di massa e di quelle di De Fusco che propongono l’architettura come mass-medium) e che quindi l’architettura perde la sua finalità sociale diventando un «messaggio senza identità».

Ma dove l’indirizzo internazionalista sembra tornare alla ribalta è con il postmoderno, sebbene questo tipo di architettura sia producibile soltanto da alcuni paesi, ovvero quelli che detengono il monopolio economico mondiale. Questa a ben vedere è una minaccia grave per quelle nazioni che vorrebbero mantenere la propria identità culturale e le proprie tradizioni, perché in tal modo, pressate dall’economia trainante, faticano enormemente a stare al passo, finendo spesso per cedere all’omologazione.

Secondo Gregotti la situazione odierna è più complessa che mai da questo punto di vista, sia per la rapidità con cui circolano le informazioni che per la dominazione di una cultura sulle altre. In altri termini ciò che è messo più a rischio in questo momento storico sono le differenze tra i popoli, le cui minoranze rischiano di sparire. Se si aggiunge il fatto che questa nell’insieme è una situazione di equilibrio precario che può essere alterata da un momento all’altro da qualche causa incidentale (migrazioni, guerre, pandemie etc.) ecco che il quadro di crisi è del tutto completo. Un quadro d’insieme che Vittorio Gregotti ha cercato in tutti i modi di presentare con un’onestà intellettuale che continua a essere un modello da perseguire, un’utopia che è dovere dell’architetto provare a rendere reale.

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