L’Associazione Genesi, in collaborazione con Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e Opera Laboratori nell’ambito del progetto culturale Genus Bononiae, organizza una importante mostra sul lavoro di Louise Nevelson (al secolo Lija Isaakivna Berljavs’ka, Kiev, 1899 – New York, 1988), una delle prime donne artista a ottenere un saldo riconoscimento nel sistema artistico coevo già a partire dagli inizi degli anni Quaranta grazie alle sue grandi sculture monocrome nere, bianche, e oro create con assemblaggi di materiali di recupero. La mostra, a cura di Ilaria Bernardi, sarà visitabile fino al 20 luglio 2025 a Bologna, nelle sale del piano nobile di Palazzo Fava.

Con questo progetto l’Associazione Genesi dà avvio a una serie di esposizioni monografiche dedicate a grandi artisti ormai storicizzati, la cui vita e/o il cui lavoro può essere interpretato ex-post come anticipatore di tematiche sociali oggi divenute urgenti.
Articolata nelle cinque sale del piano nobile di Palazzo Fava, la mostra suddivide le opere per tipologie tematico-strutturali ricorrenti, in modo da fornire un vocabolario di base per leggere il lavoro dell’artista.
Nella prima sala, la Sala Giasone, sono presentate le celebri e monumentali sculture autoportanti, in legno dipinto di nero, per lo più senza titolo, come il grande Senza titolo del 1964, che, come enormi librerie celano al loro interno oggetti di varia natura.
Segue la seconda sala, la Sala Rubianesca, dove sono esposti alcuni esemplari della serie delle cosiddette “porte” in legno dipinto di nero, sospese a parete, realizzate nel 1976 “incastonando” alle assi di legno delle porte parti di oggetti aggettanti, tra cui sedute, schienali, gambe di sedie. Nella stessa sala è inoltre presente un’opera Senza titolo del 1959-60 che sembra costituire un prodromo di questa serie di lavori.
La terza sala, la Sala Enea, accoglie una differente tipologia di sculture, ancora una volta in legno dipinto di nero e sospese a parete, ma questa volta piattissime poiché costituite da assemblaggi di elementi tipografici.
La quarta Sala, la Sala Albani porta in luce la stretta relazione tra il lavoro di Louise Nevelson come scultrice e la pratica del collage e degli assemblaggi che l’ha accompagnata per tutta la sua vita. I collage e gli assemblage a parete, di medio-piccole dimensioni e dalle tonalità dal nero all’ocra, evidenziano, molto di più di quanto facciano le sculture, l’interesse dell’artista per materiali non convenzionali (legno grezzo, metallo, cartone, carta vetrata, pellicola di alluminio) e il suo approccio al processo creativo.
La mostra prosegue nella Sala Cesi dove sono esposte acqueforti inedite del 1953, unite a serigrafie del 1975, raramente conosciute ed esposte prima.
Nella stessa sala, a sancire il passaggio con la sala finale, viene proiettata una video-intervista di Louise Nevelson del 1978, registrata in occasione dell’apertura della Chapel of the Good Shepherd, a New York, interamente progettata dall’artista con sculture in legno dipinto di bianco che, all’interno della sua poetica, segnano il passaggio alla vera e propria trasfigurazione alchemica dal nero del piombo allo scintillio dell’oro.
Nell’ultima sala, la Sala Carracci, grandi collage su legno dipinto sospesi a parete e soprattutto una grande scultura autoportante come (The Golden Pearl, 1962) presentano il risultato ultimo di tale trasformazione alchemica della materia; qui sono esposte le ancor più rare opere in cui l’oro prende il posto del nero per divenire colore dominante.
L’esposizione è corredata da una pubblicazione che dà inizio a una collana di libri monografici prodotti dall’Associazione Genesi, a cura di Ilaria Bernardi, editi da Silvana Editoriale, dedicata agli artisti ormai storicizzati a cui sono dedicate le mostre personali incluse nel programma espositivo dell’Associazione.
Accanto alla mostra si svolgerà l’attività educativa, distribuita in un programma di visite guidate e workshop, inclusivi e partecipativi, in presenza, destinati a bambini, ragazzi e adulti.

