Rachel’s Promise. Negli occhi dei gorilla


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Jo-Anne McArthur, Rachel’s Promise, Cameroon, 2009

Una singolare mostra è accolta al Museo Civico di Storia Naturale di Trieste fino al 22 ottobre, dedicata alla fotografa canadese Jo-Anne McArthur che raduna le sue opere sotto il titolo “Rachel’s Promise. Negli occhi dei gorilla”.
La mostra, a cura di Deborah Arbulla, Nicola Bressi e Margherita Barnabà, è organizzata dal Museo Civico di Storia Naturale di Trieste con la collaborazione di RAVE East Village Artist Residency, progetto che beneficia del supporto della Regione Autonoma FVG e di Vulcano unità di produzione contemporanea.
Questa mostra è composta da una serie di stampe fotografiche e due video-slide show, ma l’interesse concettuale, sottolineato con l’allestimento, è la soglia tra la sala dei primati e la sala dell’evoluzione dell’uomo, come un margine che si fa via via più sottile nel procedere delle immagini.
Da diversi anni Jo-Anne McArthur, come fotogiornalista, si occupa del complesso rapporto tra animali umani e non umani, e delle prevaricazioni dei primi sugli altri. Pertanto, come stigmatizza Margherita Barnabà, Jo-Anne ha deciso di trasformare la sua macchina fotografica in uno strumento per creare cambiamento, ed il mutamento diviene possibile soltanto innanzi ad una consapevolezza in grado di innescare una reazione: l’apertura di un quesito.
In questo caso specifico però l’autrice si trova a condividere e testimoniare un momento di grande gioia: il mantenimento di una promessa.
Rachel Hogan diversi anni prima aveva lasciato la sua Birmingham per trasferirsi nel Cameroon presso l’Ape Action Africa, allo scopo di dedicarsi alla ricerca di un futuro per i gorilla che aveva incontrato: aveva promesso loro che non si sarebbe data pace fintanto che non avessero avuto una giungla-rifugio adatta ad accoglierli. E queste immagini, sequenze di un passaggio dalle gabbie satellite alla nuova casa di 1 km per un 1 km di giungla, raccontano una narrazione personale ed intima.
Agli scatti di reportage più immediati si alternano ritratti nei quali la singolarità dei soggetti emerge potente: a momenti fugaci colti durante le azioni, dove la presenza della fotografa rende lo spettatore stesso testimone, si contrappongono lunghi sguardi non umani rivolti dritti verso l’obiettivo. E in quegli sguardi Jo-Anne da osservatrice diviene osservata, e quelle pupille salde puntate sull’obiettivo vengono rivolte anche a noi, osservatori innanzi alle sue foto.

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