A Palermo l’Odissea contemporanea di Ai Weiwei


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Odyssey, 2012, photo credit Ai Weiwei Studio

«La vita è arte. L’arte è vita. Non le separo mai. Non provo poi una gran rabbia. Provo altrettanta gioia» ebbe a dire nel 2011 Ai Weiwei in un’intervista a “Der Spiegel”. Ai Weiwei è un artista cinese e il suo nome è uno dei più conosciuti al mondo. Pochi mesi prima di pronunciare quelle parole venne arrestato all’aeroporto di Pechino insieme a otto membri del suo staff e alla moglie Lu Qing per la sua attività di opposizione al regime. La vicenda di Ai Weiwei è complessa e affascinante, tanto quanto la sua storia di uomo e di artista. Per chi volesse scoprirla la riassume bene Barnaby Martin nel libro “Hanging Man” (2013, Il Saggiatore).

Ai Weiwei è l’autore del progetto “Odyssey” che nasce da una spasmodica quanto partecipata ricerca sui rifugiati e sui campi profughi nel mondo. È promosso da Amnesty International insieme all’assessorato alla Cultura del Comune del capoluogo siciliano ed è stato inaugurato domenica 23 aprile allo ZAC (Zisa Arti Contemporanee) di Palermo. Il luogo che lo ospita è anche sede dei lavori della XXXII Assemblea generale di Amnesty International Italia. La nota organizzazione mondiale per la tutela dei diritti dell’uomo ha scelto la Sicilia individuandola come sede d’incontro e di scambio tra popolazioni, lingue e culture millenarie diverse.

Per “Odyssey” Ai Weiwei ha interamente coperto i 1.000 metri quadrati dello ZAC con un motivo iconografico composto da un intreccio di immagini tratte dai social media e dal materiale raccolto dall’artista cinese nel corso dei suoi viaggi nei diversi campi profughi del mondo. A livello formale si ispira agli elementi grafici e compositivi delle antiche civiltà greche ed egizie. Le illustrazioni stilizzate in bianco e nero presentano immagini giustapposte, come nella pittura vascolare greca, e i contenuti rimandano all’immaginario mediatico del XXI secolo, rappresentato da scene di militarizzazione, migrazione, fuga e distruzione.

La modalità ricorda “Sunflower Seeds”, installazione esposta alla Tate Modern di Londra nel 2010 quando Ai Weiwei sparse sul pavimento cento milioni di semi di girasole di porcellana, ognuno dei quali realizzato e dipinto a mano da artigiani della città di Jingdezhen per ricordare le vittime del regime di Mao. C’è un filo che lega “Odyssey” a “Sunflower Seeds” ed è quello della concezione di arte come momento di denuncia e di riflessione. Lo ha spiegato molto bene lo stesso Ai Weiwei lo scorso anno in occasione dell’inaugurazione di “Laundromat” (la “Lavanderia dei migranti”) alla Jeffrey Deitch Gallery di New York: «Ho pensato alla mia esperienza come rifugiato. Quando sono nato, mio padre, Ai Qing, è stato denunciato come nemico del partito e del popolo. Siamo stati mandati in un campo di lavoro in una regione remota lontano da casa. È un’esperienza terribile essere considerato straniero nel tuo paese, nemico della tua gente e delle cose che più mio padre amava».

“Odyssey” proseguirà fino al 20 giugno allo ZAC – Zisa Arti Contemporanee Cantieri Culturali alla Zisa con i seguenti orari: da martedì a domenica dalle 9.30 alle 18.30 (chiuso il lunedì).

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