{"id":278609,"date":"2020-04-30T17:04:13","date_gmt":"2020-04-30T15:04:13","guid":{"rendered":"http:\/\/agenzia.versolarte.it\/News\/?p=278609"},"modified":"2020-04-30T17:04:19","modified_gmt":"2020-04-30T15:04:19","slug":"germano-celant-arte-povera-ma-non-soltanto-quella","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/agenzia.versolarte.it\/News\/2020\/04\/30\/germano-celant-arte-povera-ma-non-soltanto-quella\/","title":{"rendered":"Germano Celant, Arte Povera ma non soltanto quella"},"content":{"rendered":"\n<p>Nel 1967 sulla rivista Flash Art appariva un articolo dai toni piuttosto eloquenti, il cui titolo era \u201cArte Povera. Note per una guerriglia\u201d, forse uno degli ultimi manifesti programmatici di una di quella che ha voluto essere, o le hanno voluto far credere di essere, l&#8217;ultima avanguardia del Novecento. A scriverlo Germano Celant, scomparso a Milano lo scorso 29 aprile, altra vittima del Covid-19, il virus che nel giro di pochi mesi ha cambiato il volto del mondo.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abUn nuovo atteggiamento per ripossedere un reale dominio del nostro esserci, che conduce l&#8217;artista a continui spostamenti dal suo luogo deputato, dal clich\u00e9 che la societ\u00e0 gli ha stampato sul polso. L&#8217;artista da sfruttato diventa guerrigliero, vuole scegliere il luogo del combattimento, possedere i vantaggi della mobilit\u00e0, sorprendere e colpire non l&#8217;opposto\u00bb: ecco uno stralcio del testo di Celant che qui definisce l&#8217;Arte Povera.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1024\" height=\"681\" src=\"http:\/\/agenzia.versolarte.it\/News\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/LP_5810291-1024x681.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-278646\" srcset=\"http:\/\/agenzia.versolarte.it\/News\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/LP_5810291-1024x681.jpg 1024w, http:\/\/agenzia.versolarte.it\/News\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/LP_5810291-300x200.jpg 300w, http:\/\/agenzia.versolarte.it\/News\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/LP_5810291-768x511.jpg 768w, http:\/\/agenzia.versolarte.it\/News\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/LP_5810291-1536x1022.jpg 1536w, http:\/\/agenzia.versolarte.it\/News\/wp-content\/uploads\/2020\/04\/LP_5810291-2048x1363.jpg 2048w\" sizes=\"(max-width: 1024px) 100vw, 1024px\" \/><figcaption><strong>Autore:\u00a0<\/strong>LaPresse\/Gian Mattia D&#8217;Alberto<br><strong>Ringraziamenti:\u00a0<\/strong>LaPresse<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>La sua storia comincia qualche mese prima alla Galleria La Bertesca di Genova, citt\u00e0 in cui Celant era nato nel 1940 e si era formato sotto la guida di Eugenio Battisti, fondatore della rivista Marcatr\u00e9, legata al Gruppo 63, che trattava di arte, letteratura, architettura e musica, cercando di superare i confini che distinguevano le varie discipline. La breve collaborazione con Marcatr\u00e9 fu per Celant un&#8217;esperienza appagante, necessaria per il suo percorso, cos\u00ec come la conduzione del Museo Sperimentale d&#8217;Arte Contemporanea, voluto sempre da Battisti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Alla Galleria La Bertesca Celant scopre le sue carte, organizzando una collettiva in due sezioni: \u201cArte povera \u2013 Im Spazio\u201d. Chiama a esporre, da una parte Ceroli, Bignardi, Icaro, Mambor, Mattiacci e Tacchi, dall&#8217;altra Paolini, Boetti, Fabro, Prini, Kounellis e Pascali. I loro lavori \u00abriguardano fondamentalmente archetipi mentali e fisici, tentano di evitare ogni complicazione visuale, per offrirsi come dati di fatto. Dimostrano una tendenza generale all&#8217;impoverimento e alla decultura dell&#8217;arte (da cui il termine di Arte Povera)\u00bb.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ne scaturiscono opere, ottenute utilizzando materiali quali il legno, la paglia, la terra, la stoffa etc., che, legandosi inizialmente in maniera piuttosto confusa con il Minimalismo, affrontano tramite i nuovi mezzi, resi possibili dallo sviluppo tecnologico, le problematiche espressive ereditate dagli informali. In quegli anni si cercava di individuare il grado zero, non della pittura, ma dell\u2019oggetto artistico in quanto tale, svuotato di ogni suo contenuto. L\u2019Arte Povera di Celant chiude il cerchio, considera cio\u00e8 qualsiasi oggetto ormai del tutto reificato e di conseguenza esso deve essere negato a priori in quanto prodotto della societ\u00e0 consumistica.<\/p>\n\n\n\n<p>Tra le altre mostre che hanno contribuito all&#8217;affermazione di Celant ricordiamo quella del 1968 all&#8217;Arsenale di Amalfi \u201cArte Povera + Azioni Povere\u201d con Anselmo, Boetti, Fabro, Kounellis, Merz, Paolini, Pistoletto, Zorio; quella alla Galleria De&#8217; Foscerari di Bologna, dove \u00e8 evidente l&#8217;influenza dello Strutturalismo; quella del 1970 alla Galleria Civica d&#8217;Arte Moderna di Genova \u201cConceptual Art, Arte Povera, Land Art\u201d, dal taglio pi\u00f9 internazionale e innovativa perch\u00e9 conteneva anche film d&#8217;artista e opere non soltanto italiane.<\/p>\n\n\n\n<p>Sarebbe per\u00f2 ingiusto ricordare Germano Celant, associandolo solo all&#8217;Arte Povera, peraltro da lui dichiarata esaurita gi\u00e0 nel 1971. Egli da quel momento inizi\u00f2 un brillante cammino da curatore che lo port\u00f2 al Guggenheim di New York (nel 1994 \u201cItalian Metamorphosis 1943-1968\u201d per avvicinare l\u2019arte italiana a quella americana), al Centre Pompidou di Parigi, a Palazzo Grassi di Venezia, dove nel 1997 fu anche chiamato a dirigere la Biennale d&#8217;Arte \u201cFuturo, presente, passato\u201d e in seguito alla guida della Fondazione Vedova. Poi ancora a Firenze con la Biennale Arte e Moda, a Milano la direzione della Fondazione Prada, le mostre alla Triennale e quella che sollev\u00f2 un vespaio di polemiche a Expo 2015.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;ultima mostra di Celant \u00e8 stata quella al Mart di Rovereto sullo scultore americano Richard Artschwager; stava inoltre lavorando con l&#8217;amico Michelangelo Pistoletto (altro artista colpito dal Covid-19 e fortunatamente guarito) al catalogo ragionato della sua produzione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Celant frequent\u00f2 anche i territori dell&#8217;architettura, trattandola col piglio dell&#8217;arte. Alla Triennale di Milano nel settembre 2009 cur\u00f2 l&#8217;esposizione dedicata ai lavori dell&#8217;amico Frank O. Gehry dopo il 1997, cio\u00e8 dopo il Museo Guggenheim a Bilbao, punto di rottura dell&#8217;architettura contemporanea. Un rapporto, quello tra Celant e Gehry, che aveva preso avvio gi\u00e0 nel 1986 al Castello di Rivoli con \u201cDisordine in architettura\u201d, in cui si poneva all&#8217;attenzione del pubblico come il concetto di ordine stesse poco a poco tramontando e con esso i vacui riferimenti alla storia del Postmoderno.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Alla Triennale Celant aveva coniato una fortunata definizione, \u201carchitettura centauro\u201d, da intendersi come \u00abla prospettiva di disaggregare le articolazioni e i volumi degli edifici tradizionali per riproporli come un montaggio di spazi, di funzioni e di codici per comunicare un\u2019architettura che non \u00e8 unificata, ma \u00e8 a trama diversificata: un collage non finito che sconvolge, come un centauro, il sistema omogeneo dei corpi\u00bb. Architettura come scomposizione delle forme elementari, eclettica, ma impattante.<\/p>\n\n\n\n<p>L&#8217;allestimento tradiva il passato \u201cpovero\u201d di Celant: scarno, essenziale, senza troppi fronzoli. Aspetto che conduce a un rimprovero che gli \u00e8 stato mosso, specie negli ultimi anni, ovvero di non essersi mai liberato dell&#8217;Arte Povera e di averla cristallizzata, storicizzandola. Una critica che se da un lato \u00e8 legittima, dall&#8217;altro perde di consistenza, poich\u00e9 lo stesso Celant aveva chiuso i battenti del gruppo trent&#8217;anni prima.<\/p>\n\n\n\n<p>All&#8217;Arte Povera Celant \u00e8 rimasto sempre legato e non poteva essere altrimenti, anche se non amava essere definito il suo inventore:&nbsp;\u00abNon invento niente \u2013 spieg\u00f2 in una lunga intervista ad Antonio Gnoli \u2013 Arte Povera \u00e8 un&#8217;espressione cos\u00ec ampia da non significare nulla. Non definisce un linguaggio pittorico, ma un&#8217;attitudine. La possibilit\u00e0 di usare tutto quello che hai in natura e nel mondo animale. Non c&#8217;\u00e8 una definizione iconografica dell&#8217;Arte Povera\u00bb. Forse ha ragione lui, non c&#8217;\u00e8, tuttavia \u2013 questo credo ce lo avrebbe concesso \u2013 se ancora oggi possiamo parlare di Arte Povera la definizione c&#8217;\u00e8 grazie a Celant.&nbsp;<\/p>\n<div style=\"padding-bottom:20px; padding-top:10px;\" class=\"hupso-share-buttons\"><!-- Hupso Share Buttons - https:\/\/www.hupso.com\/share\/ --><a class=\"hupso_toolbar\" href=\"https:\/\/www.hupso.com\/share\/\"><img decoding=\"async\" src=\"http:\/\/static.hupso.com\/share\/buttons\/lang\/it\/share-small.png\" style=\"border:0px; padding-top: 5px; float:left;\" alt=\"Share Button\"\/><\/a><script type=\"text\/javascript\">var hupso_services_t=new Array(\"Twitter\",\"Facebook\",\"Google Plus\",\"Pinterest\",\"Linkedin\",\"Email\");var hupso_background_t=\"#EAF4FF\";var hupso_border_t=\"#66CCFF\";var hupso_toolbar_size_t=\"small\";var hupso_image_folder_url = \"\";var hupso_url_t=\"\";var hupso_title_t=\"Germano%20Celant%2C%20Arte%20Povera%20ma%20non%20soltanto%20quella\";<\/script><script type=\"text\/javascript\" src=\"http:\/\/static.hupso.com\/share\/js\/share_toolbar.js\"><\/script><!-- Hupso Share Buttons --><\/div>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel 1967 sulla rivista Flash Art appariva un articolo dai toni piuttosto eloquenti, il cui titolo era \u201cArte Povera. 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