Amin Gulgee 7.7


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Da oggi al 26 agosto Amin Gulgee (Pakistan, 1969) presenta al Mattatoio di Roma, La Pelanda, la mostra “7.7” curata da Paolo De Grandis e Claudio Crescentini e co-curata da Carlotta Scarpa, promossa da Roma Capitale – Assessorato alla Crescita Culturale e Azienda Speciale Palaexpo, organizzata in collaborazione con PDG Arte Communications l’Ambasciata della Repubblica del Pakistan in Italia.
Amin Gulgee è un innovatore della tradizione, il suo medium è il metallo e trae ispirazione dalla ricca e variegata storia artistica e spirituale del suo paese nativo, il Pakistan.
Il suo percorso espressivo, legato alla mitologia indù, alle figure di pensiero buddiste e alla calligrafia islamica, si è sviluppato negli anni attraverso la scultura e le installazioni. Il rame, quale materia eletta, si offre all’artista come mezzo di espressione volto alla sintesi calligrafica e a nuovi esprimenti segnici. In questa mostra sono esposte due grandi installazioni che si sviluppano per contrasto attraverso il pieno ed il vuoto, la luce e l’ombra fino alla sintesi di una video installazione. Il rame, il carbone e la proiezione di un algoritmo diventano così la testimonianza di un percorso simbolico di cambiamento, riflessione personale e universale insieme, un cammino scandito nel recupero della tradizione verso il futuro.
Nell’opera di Amin Gulgee il testo calligrafico appare e ritorna ormai da tempo come tema persistente, manifestandosi in varie composizioni scultoree talvolta sotto forma di costruzioni geometriche, segni che si nutrono idealmente della geometria dei frattali. Il frammento è immagine del tutto. Con la sua intuizione artistica Amin Gulgee dimostra quale profondo legame esista tra matematica, arte, spirito e natura ed il filo conduttore, ancora una volta, è la bellezza.
In bilico tra bellezza “apollinea” e “dionisiaca”, le lettere decomposte e rese libere dalla semantica assumono un’accezione simbolica che in quanto tale ha da un lato carattere d’immediatezza estetico-sensibile e dall’altro si muove verso un rapporto con l’altro che rifiuta il dominio e il possesso, offrendo così la possibilità di instaurare un concreto dialogo spirituale con il mondo.

Si può dire che tutta l’opera di Amin Gulgee è sempre e comunque ritmica. I segni in continuo divenire e le lettere estroflesse sono vera musica visibile e l’architettura d’insieme trova così una forma nuova. Forma in perpetuo divenire, segno da decodificare in una sorta di atemporalità a cui fa da contrappunto lo spazio che sollecita alla riflessione e diventa esso stesso strumento cognitivo, tavolo dove misurare passato e presente.

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