Le forme del mito


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Joaquín Roca Rey

Fino al 4 novembre, il Museo Carlo Bilotti, Aranciera di Villa Borghese, di Roma ospita la mostra antologica di Joaquín Roca Rey, “Le forme del mito”, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale, Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali con il patrocinio di Embajada del Perù en Italia e curata da Giuseppe Appella con la realizzazione di Servizi museali di Zètema Progetto Cultura.

La mostra è composta da 25 sculture datate dal 1956 al 2001 che, tra mito e ritualità, colgono il meglio del linguaggio moderno. Dal natio Perù a Roma, le opere di Roca Rey si liberano dell’involucro preincaico di magia e ritualità (assemblage di ferro, forgiato con realismo e poi alluminio, ottone, acciaio, onice, bronzo, marmo, travertino) senza abbandonare il mito ritrovato nelle forme più avanzate della contemporaneità, nel suo rigore e nella sua enfasi, con una visionarietà carica di turbamenti, memorie e sogni.

Roca Rey lavora in una perenne estensione di dualismi, contrasti e ambiguità, resi evidenti anche dalla scelta dei molteplici materiali utilizzati spesso insieme, una sorta di scambio tra leggerezza e solidità, pieno e vuoto, concavo e convesso, eros e gioco, inquietudine e malinconia, negativo e positivo, vita e morte, tipiche del surrealismo o, meglio, degli automatismi del subconscio travasati nel progetto della composizione e, non prive di inquietante ironia, nelle relative invenzioni formali.

In contemporanea con la mostra romana, il Sistema dei Musei e dei Beni Culturali ACAMM (Aliano, Castronuovo Sant’Andrea, Moliterno, Montemurro) espone nei propri spazi una serie di disegni e di piccole sculture.

Joaquín Roca Rey nasce a Lima nel 1923. Nel 1952 sposa a Roma Alessandra Andreassi e ritorna in Perù dove rimane per dieci anni e, nel 1963 si stabilisce definitivamente a Roma ed espone subito al Festival dei Due Mondi di Spoleto, seguono le partecipazioni a quattro biennali di Venezia (1964,1966,1972,1988), alla Corcoran Gallery of Art di Washington (1966) e al Museum of Philadelphia (1967).

Attraverso molteplici sperimentazioni articolate nell’uso di materiali diversi (legno, ferro e ottone) perviene a costruzioni formali di sintesi astratta, in impianti architettonici simmetrici, fondati su un vitalismo magico di memoria antropologica precolombiana. Al contempo ha un’intensa produzione grafica, ove la tematica svolta nella scultura acquista particolari toni narrativi visionari.

Tra le numerose attività del suo percorso artistico, realizza monumenti per spazi pubblici di Buenos Aires, Caracas, Genova, Lima, Pampa de Comas, Panama, Roma, Tuoro sul Trasimeno e Viterbo. Muore a Roma nel 2004.

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