Bridge Palermo Jerusalem di Avner Sher


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Avner Sher, Domes 01, Foto da Bridge Palermo Jerusalem_

Nella Sala delle Verifiche del complesso monumentale dello Steri, a Palermo, fino al 31 agosto è esposta la mostra dedicata ad Avner Sher, “Bridge Palermo Jerusalem”, con le sue opere arricchite con il sughero su cui è impresso un linguaggio universale fatto di segni grafici, gesti, emozioni, corpi, per allontanare ogni differenza culturale. L’artista israeliano usa il sughero per creare un mondo interiore, che affonda nelle origini, si nutre di desideri e vuole decodificare il presente, osservando i punti di collisione tra civiltà inondate da credi, disperazioni e speranze.

Curata da Ermanno Tedeschi e Flavia Alaimo, la mostra è organizzata da Acribia in accordo con l’Università di Palermo, gode del patrocinio dell’Ambasciata di Israele ed è inserita nel programma di Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018.

Per questa mostra che si estende anche nel primo cortile dello Steri, Avner Sher ha ideato un progetto site-specific che si riallaccia al precedente “950 mq: Topografie alternative” curato da Smadar Sheffi al Museo della Torre di David della Storia di Gerusalemme. Come già avvenuto per le mappe della Città Vecchia, Sher ha lavorato su riproduzioni di carte antiche di Palermo su cui ha rintracciato i segni della storia, fondendoli con i nuovi contorni della modernità. Il risultato è una mappa illusoria su sughero per un racconto immaginario, colmo di desideri e di rabbia, del capoluogo siciliano.

Nel cortile, sono invece sistemati quattro obelischi, due rossi e due neri, come colonne a testimonianza dell’attuale sovrapposizione culturale di Palermo. Sher opera in uno spazio simbolico tra il significato e la storia: i due obelischi rossi, che raffigurano immagini che rinviano al mito della creazione giudaico-cristiana, si ergono come l’Albero della Conoscenza del Bene e del Male e l’Albero della Vita. I due obelischi neri sono indecifrabili, almeno all’occhio dello spettatore non africano. Sher vi ha inciso simboli africani che ha fatto propri senza presupporre alcuna conoscenza delle culture dell’Africa. Il suolo e il pavimento sono punteggiati da piccoli pezzi di legno colorati di nero in cui appaiono richieste di aiuto scritte in lingue africane.

Nelle opere di Sher Avner si rintracciano i riferimenti alle figure bibliche del Cristianesimo e dell’Islam, come nelle recenti Jacob’s Ladder (2013), Jonah (2013) o le dieci “piaghe” sugli obelischi (2014). Sher intreccia i segni e le ferite della materia trasformandoli in forme e lettere, curandole per costruire un mondo di ampi gesti filosofici e formali. Sulle tavole di sughero montate su legno, crea opere che richiamano il mondo della pittura, dell’incisione e dell’intaglio; pesca da antichi linguaggi visivi, la scrittura cuneiforme o i geroglifici, richiama Babilonesi, Assiri, Ittiti, Egiziani , ma anche gli actions painters americani della metà del XX secolo (Jackson Pollock, Franz Kline e Willem de Kooning) e gli scarabocchi infantili del primo Modernismo (Joan Miró). Graffi violenti, zone delicate di tratteggio incrociato minimalista e ritmico, spaziano dal Medio Oriente antico agli ornamenti musulmani e persiani. E a volte emergono immagini che ricordano l’estetica dei primi giochi per computer.

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