Gino Rossi a Venezia


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Gino Rossi, Barene a Burano, olio su cartone, 1912-13, cm 59,5×70,4, Collezione Fondazione Cariverona©Archivio fotografico Fondazione Cariverona-Saccomani, Verona

A 70 anni dalla scomparsa Gino Rossi (Venezia, 1884 – Treviso, 1947), Venezia rende omaggio all’artista con una mostra a lui dedicata al Museo di Ca’ Pesaro da oggi, 23 febbraio, fino al 20 maggio, curata da Luca Massimo Barbero ed Elisabetta Barisoni.

Il percorso espositivo si sviluppa intorno ad alcuni capolavori di Gino Rossi, realizzati nel corso di una carriera artistica breve e intensa. Alle opere di Ca’ Pesaro si affianca il nucleo di significativi lavori raccolti e conservati nella collezione di Fondazione Cariverona. L’esposizione, che è organizzata in collaborazione con BARCOR17, è inoltre arricchita da un catalogo edito da Marsilio (Venezia, 2018), con i testi dei curatori, Luca Massimo Barbero ed Elisabetta Barisoni, cui si affiancano le schede delle opere e un saggio di Nico Stringa, che a Gino Rossi ha dedicato una lunga e approfondita ricerca filologica e storica.

La ritrattistica, tema per il quale Rossi sceglie come protagonisti i pescatori o le loro mogli, ossia personaggi umili, individui ai margini della società, narra con pennellata energica e materica lo spirito di ogni figura ed esasperandone i tratti più duri, imperfetti ed esteticamente spiacevoli. Tra i ritratti che esposti a Ca’ Pesaro c’è Bruto (1913) uno dei migliori esempi dell’attenzione dell’artista verso i poveri e gli emarginati, ritratto qui in mostra messo a confronto con la scultura Buffone (1913-14) di Arturo Martini: un grande busto in gesso dipinto che esplicita, in un gioco di rimandi estetici, la grande affinità tra questi due artisti e le similitudini nelle loro ricerche.

Sono esposte anche le opere Ritratto di Signora (1914) e Maternità (1913) nelle quali il contesto è inesistente, così come la decorazione, in totale contrapposizione con la grande tela di Felice Casorati Le Signorine (1912) che le affianca e che invece racconta di giovani figlie della borghesia, riprese in un luogo ricco di simboli e riferimenti alla loro vita e alla loro condizione sociale.

La sua ritrattistica è una sorta di risposta polemica al decadentismo floreale che troverà la sua conclusione solo con la Prima Guerra Mondiale.

Anche i paesaggi sono improntati ad un forte espressionismo, e risultano fortemente influenzati dai primi soggiorni in Bretagna: Douarnenez (1912) e Paesaggio nordico (1911) risalgono proprio a quel periodo e segnano l’inizio di un approccio che lo porterà ad un nuovo vedutismo. Barene a Burano (1912-13), insieme ad altri due paesaggi buranesi degli stessi anni, mostrano lo sguardo di Gino Rossi su questo ambiente primitivo ed ancestrale in cui uomo e natura si integrano in un legame indissolubile. A queste saranno affiancate le significative prove di alcune “sentinelle avanzate” del paesaggio moderno, cresciute sempre in ambito capesarino, come Pio Semeghini e Umberto Moggioli.

Sono inoltre qui esposti diversi studi su carta e linoleumgrafie che segnano un avvicinamento allo studio della composizione.

Nel 1926 dopo solo 20 anni di produzione, Gino Rossi viene internato nel manicomio di Sant’Artemio a Treviso: non dipingerà mai più e morirà nel 1947, lasciando una grande incognita su come la sua ricerca artistica avrebbe potuto proseguire.

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